Opera realizzata nel 2004 in noce, rappresenta l’ultimo predarolo di Varano de’ Melegari. In dialetto la pietra si dice preda, da qui il termine predaroli che indica chi la lavora: i cavatori e gli scalpellini.
Ricerche storiche condotte dalla Professoressa Marisa Zanzucchi Castelli hanno documentato come, tra il 1200 e il 1800, l’estrazione e il trasporto dell’arenaria dalla cava della Dordia siano stati una delle principali fonti di sostentamento per il Comune di Varano de’ Melegari.
Questa pietra venne scelta da Benedetto Antelami per la facciata del Duomo e dell’Ospedale Vecchio di Parma. Nei carteggi dell’epoca, l’architetto e scultore raccomandava ai predaroli varanesi la massima sollecitudine nella consegna: l’arenaria, infatti, andava scolpita fresca di cava, perché era più facile da lavorare, prima che l’esposizione all’aria la indurisse.
Uno degli ultimi scalpellini di questa plurisecolare tradizione varanese è stato un esponente della famiglia Maccini, un mio vecchio prozio materno. È proprio a lui, e all’intera stirpe di artigiani che lo ha preceduto, che quest’opera è ispirata.
Avvolto nel suo tabarro, consapevole di essere l’ultimo custode di un’arte in via d’estinzione, il predarolo si erge su un’altura. Il suo sguardo non scruta l’orizzonte, bensì il futuro, guidato da un uccellino posato sulla spalla che gli sussurra all’orecchio. Lo tormenta una domanda malinconica: ci sarà qualcuno che manterrà viva questa tradizione, o tutto finirà con lui?
Forse, quell’ultimo predarolo si sarebbe rasserenato sapendo che il tempo avrebbe dato una risposta al suo quesito. Guardando prima alle opere di Nino Medici (scultore varanese e mio Maestro nella lavorazione della pietra) e poi, chissà, intravedendo anche me, suo lontano discendente, avrebbe compreso che l’antica tradizione del nostro paese non sarebbe andata perduta, ma avrebbe continuato a vivere attraverso le nostre mani.
Misure in cm 62 altezza, 30 larghezza e 28 profondità





